di Rosy Nardone

Affrontare l’uso degli strumenti digitali e delle loro applicazioni da parte dei minori, dei piccolissimi, bambini e bambine, significa entrare in territori poco esplorati sia nella prassi didattica-educativa, sia nelle pratiche familiari, e in cui, indubbiamente, prevalgono ancora le domande sulle risposte certe: è bene che i device digitali siano usati dai bambini, anche prima dei 6 anni? E perché? Come può un genitore saper scegliere un prodotto multimediale giusto per il proprio figlio? Quali nuove forme di mediazione, di aspettative, rappresentazioni, timori, paure dei genitori rispetto alla “vita digitale” dei figli? È giusto che si utilizzino a scuola, nello studio? E si potrebbe continuare così senza sosta.

Un recente progetto patrocinato dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e realizzato dal Centro Studi Erickson propone un interessante decalogo sui diritti educativi per i minori contemporanei – i nostri neoconnessi – così articolato:

  1. Diritto ad accedere a carta, matita, mouse e touch screen
  2. Diritto a non essere lasciato solo davanti ad uno schermo
  3. Diritto ad essere tutelato dagli abusi e alla protezione delle informazioni personali
  4. Diritto ad usare, in modo critico e creativo, le tecnologie senza farsi usare da esse
  5. Diritto ad avere amici veri nella realtà e contatti selezionati online
  6. Diritto all’uso di tutti i cinque sensi, la vista non basta
  7. Diritto a sporcarsi le mani con terra e pittura e lavarle prima di toccare un touch screen
  8. Diritto ad essere guidato, con calma, per orientarsi nei complessi intrecci della rete
  9. Diritto ad essere connesso alle cose migliori che la rete e i media possono offrire
  10. Diritto ad avere qualcuno che dica quando è l’ora di spegnere lo schermo

Questo decalogo, all’apparenza semplice e immediato, presenta questioni per niente scontate e condivise, e pone con forza, al centro del dibattito tecnologico e dell’uso dei device, il ruolo fondamentale della riflessione educativa, intesa come possibilità di costruzione di un pensiero critico e problematizzante, non stereotipato e condizionato da allarmismi – da una parte – e da eccessivi permessivismi dall’altra.

Non sono i device in sé a costituire “un pericolo”, ma tutti quegli atteggiamenti, da parte degli adulti, schierati aprioristicamente in difesa di un passato “più sicuro”, “meno pericoloso” o, specularmente, esaltando il futuro come “migliore” e “più positivo”.

L’uso quotidiano delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, dell’edutainment (videogiochi, i-pod, intrattenimento televisivo, film…) e delle tecnologie cosiddette domestiche, contribuisce in modo determinante a modificare la qualità dell’esperienza infantile e il sistema di interazioni educative, rendendo urgentemente necessario, da parte degli adulti, un atteggiamento non demonizzante, ma sempre più consapevole degli strumenti attraverso i quali avvengono questi cambiamenti, di cui spesso si ignorano la natura e le peculiarità.

Questa complessità richiama fortemente il diritto e la necessità – da parte dei piccoli esploratori digitali – di avere adulti competenti che siano in grado di accompagnarli nelle scoperte, nell’appropriarsi di una consapevolezza d’uso degli strumenti così intuitivi e “a portata di dito”; adulti e contesti educativi che possano proporre modelli possibili di setting in cui predisporre e utilizzare i nuovi devices e soprattutto con quali modalità (individualmente; insieme a piccolo gruppo o a grande gruppo; in coppia con l’adulto, ecc.).