di Federico Tonioni

La prima volta che mettiamo un bambino davanti a un tablet o a uno smartphone avremo la sensazione che lui sappia già che sarà divertente!

E questo non perché è predisposto a sviluppare una dipendenza patologica, ma perché ha assorbito fino a quel momento il valore che questo oggetto curioso ha per i suoi genitori. Credo, infatti, che a chiunque almeno una volta al giorno sia capitato di pensare di aver perso il telefono e di cercarlo con la grande ansia di non trovarlo mai più. A ogni bambino succede di osservare questa scena tante volte e, quindi, di fare sue le emozioni che suscita.

Crescendo i bambini entrano a far parte della realtà digitale in cui siamo immersi, guardando immagini, ascoltando musica e desiderando giochi sempre più all’avanguardia, fino alla richiesta di uno smartphone tutto per loro. Questo di solito mette in crisi i genitori, perché non è mai facile capire il confine tra la fiducia che serve ai figli per crescere e l’idea di non essere genitori presenti.

Questo dilemma si evidenzia tutte le volte che proviamo a dare una regola che limita i tempi di connessione o altro.

A cosa serve una regola? Dovremmo chiedercelo ogni volta che ne diamo una. Le regole servono ad acquisire il senso del limite, particolarmente utile nella vita, senza ridurre un bambino all’obbedienza. Un bambino che ubbidisce accumula rabbia. Dare una regola e limitarsi a verificare se sia stata eseguita è assenza genitoriale.

Dare una regola e innescare una trattativa, durante la quale facciamo fatica a raggiungere un compromesso è, invece, un’esperienza condivisa, che finisce quando si raggiunge il massimo sforzo reciproco. Quello è esattamente il confine dove anche i genitori possono crescere e conoscere veramente i propri figli, senza doverli controllare quando saranno adolescenti. Il controllo fa più male a chi lo fa che a chi lo subisce senza saperlo e non serve mai a conoscere meglio qualcuno.

Essere presenti, invece, significa dare fiducia facendo fatica a mantenerla.

L’iperconnessione, del resto, non è una malattia ma il segno evidente di un nuovo modo di pensare e di comunicare, dove prevale il linguaggio per immagini su quello verbale e dove valori come la capacità di attendere e quella di stare da soli, non sembrano più essere tali. I bambini nativi digitali scrivono, memorizzano e si concentrano in modo diverso.

Navigano in rete con grande naturalezza e riescono a farsi presto un’idea della realtà sviluppando precocemente una capacità critica, senza rischiare di essere manipolati più di quanto lo siamo stati noi.

La distanza più pericolosa che ci separa da loro non è la Rete, ma i nostri inconsci sensi di colpa e i pregiudizi che ne possono derivare.