di Vania Zadro

C’erano una volta le mamme che si incontravano fuori dalla scuola o alle feste di compleanno per confrontarsi sulle attività scolastiche dei figli o su quanto richiesto per la gita di classe. E c’erano le telefonate alla rappresentane di classe che raccoglieva le istanze delle famiglie, le portava a fattor comune e si faceva tramite della loro comunicazione alla scuola, con il compito più o meno esplicito di filtrarle secondo il criterio di interesse per tutta la classe.

Oggi ci sono le Chat di classe, quelle per intenderci su WhatsApp. Nate con le migliori intenzioni, tra le quali quelle di scambiarsi rapidamente informazioni sui compiti per chi non è potuto andare a scuola o di gestire comunicazioni organizzative rispetto a un’iniziativa di classe, sono oggi al centro di una questione molto contrastata: da una parte chi le ritiene un buono strumento per informarsi, comunicare e per creare gruppo e senso di appartenenza e dall’altra chi è convinto che inneschino nefasti meccanismi capaci di stravolgere e avvelenare comunicazione e rapporti interpersonali.

Abituati oggi a vedere la tecnologia come risorsa che permette di avere risposte rapide praticamente su tutto senza spostarci “dalla sedia”, ci illudiamo che le chat ci facciano risparmiare tempo e fatica. Ancora una volta però andrebbe ricordato che la tecnologia si pone come risorsa “neutra” che assume caratteristiche positive o negative secondo l’uso che se ne fa. Riflettiamo per esempio sul fatto che il continuo flusso di messaggi che si intrecciano fra loro e rimbalzano da un telefono all’altro, oltre che fastidioso per le frequenti notifiche, fa perdere il “filo del discorso” e amplifica il granellino di sabbia facendolo diventare masso che rotola e travolge!

Senza dimenticare che troppe parole azzerano i fatti.

Ricordiamo che per gli incontri con gli insegnati esistono luoghi e tempi determinati che danno valore alla comunicazione e permettono approfondimenti e interazioni basate sul dialogo.

Ancora una riflessione: le chat costituite da genitori, docenti e studenti azzerano i ruoli e gli indispensabili confini che li delimitano ingenerando inevitabilmente confusione, ansia, equivoci.

Detto questo il compito degli adulti è creare le condizioni perché i figli frequentino la scuola, imparino e stiano bene.

Nessuna preclusione dunque alle chat di classe, ma soltanto a patto di ricordarsi lo scopo organizzativo, sintetico e funzionale per cui nascono e soprattutto di non dimenticare che non riuniscono amici, ma adulti responsabili che anche lì esercitano un ruolo educativo: adulti che non devono fare proprie le piccole responsabilità dei bambini, perché ne hanno bisogno per crescere.

È il caso per esempio dei compiti: i bambini hanno la responsabilità di scriverli sul diario per poter condividere le consegne in famiglia, così che i genitori abbiano elementi per conoscere i contenuti affrontati in classe. Un’occasione per attivare una conversazione positiva in occasione del loro svolgimento.

Se poi compiti consistono in esperienze, magari fatte insieme, da relazionare il giorno dopo a scuola, la comunicazione adulti/bambini si arricchisce del valore dell’impegno richiesto agli alunni e dei feedback reciproci per sistematizzare il lavoro svolto.