di Roberta Franceschetti

Ieri mio figlio, dopo aver letto una notizia su Internet, mi ha chiesto se è vero che dall’anno prossimo avranno una materia in più a scuola. Gli ho risposto di sì e gli ho spiegato che avranno un voto in più in pagella, quello per l’educazione civica.
In base alle nuove linee guida del Miur, a partire dal prossimo anno scolastico, verrà infatti introdotto l’insegnamento dell’educazione civica come obbligatorio, trasversale alle altre materie, con almeno 33 ore dedicate. Gli assi attorno a cui ruoterà saranno lo studio della Costituzione, lo sviluppo sostenibile e la cittadinanza digitale. Ma cos’è esattamente la cittadinanza digitale e cosa faranno concretamente i bambini a partire dalla scuola dell’infanzia?

“Per Cittadinanza digitale deve intendersi la capacità di un individuo di avvalersi consapevolmente e responsabilmente dei mezzi di comunicazione virtuali – si legge nel documento del Ministero – Sviluppare questa capacità a scuola, con studenti che sono già immersi nel web e che quotidianamente si imbattono nelle tematiche proposte, significa da una parte consentire l’acquisizione di informazioni e competenze utili a migliorare questo nuovo e così radicato modo di stare nel mondo, dall’altra mettere i giovani al corrente dei rischi e delle insidie che l’ambiente digitale comporta, considerando anche le conseguenze sul piano concreto.”

L’obiettivo è quindi quello di sviluppare il pensiero critico, sensibilizzare rispetto ai possibili rischi connessi all’uso dei social media e alla navigazione in Rete, contrastare il linguaggio dell’odio.

I bambini di oggi vivono in un mondo in cui gli schermi sono onnipresenti e la separazione tra reale e virtuale non è più così netta. Oggi le regole per vivere insieme passano quindi anche dalla rete. E l’educazione dei cittadini di domani deve essere anche un’educazione alla cittadinanza digitale. Come scrive Alfonso Fuggetta nel suo bel libro Cittadini ai tempi di Internet. Per una cittadinanza consapevole nell’era digitale, “i nativi digitali sono in realtà molto meno ‘maturi digitali’ di quanto immaginiamo. Hanno bisogno di un percorso educativo nuovo che vada ben oltre il semplice addestramento all’uso delle app (non ne hanno bisogno!) o lo studio della tecnologia”. Fuggetta sostiene che, dato che la rete e la tecnologia sono ormai un elemento intrinseco nella nostra società e nelle nostra cultura, non si debba tanto parlare di cittadinanza digitale ma di diventare cittadini ai tempi del digitale.

L’educazione civica oggi non può quindi prescindere dalla conoscenza degli ambienti virtuali cui i bambini sono esposti e quindi dei media digitali e del loro funzionamento. Essere cittadini consapevoli vuol dire infatti essere in grado di scegliere avendo valutato i pro e i contro rispetto a questioni fondamentali come la privacy e l’esposizione della propria immagine.

Mio figlio può decidere per esempio di cedere i suoi dati a Google per poter usare i servizi di posta elettronica e di cloud, ma deve sapere che verranno usati per proporgli pubblicità sui motori di ricerca in base alle sue preferenze. Può scegliere di pubblicare il suo video su TikTok, ma deve sapere che tutto ciò che carica sulla piattaforma rimarrà in rete, visibile a tutti, per sempre.

Inoltre, educare alla cittadinanza in un ambiente digitale vuol dire saper tessere relazioni a distanza tenendo presente che dall’altra parte dello schermo c’è sempre una persona in carne ed ossa e, benché ci sembrino più fluidi e non ci richiedano di esporci come quando parliamo vis-à-vis, i rapporti virtuali possono avere conseguenze nella vita reale.
Infine, il percorso pensato dal Miur, dovrà lavorare sulla media literacy, sulla conoscenza dei mezzi di comunicazione e della loro opacità. Questa volta mio figlio dovrà imparare a porsi delle domande: chi ha prodotto questa notizia? Quali tecniche creative ha usato per attirare la mia attenzione? Perché l’ha creata e comunicata? Quali valori rappresenta?

Sono le domande fondamentali che ogni cittadino dovrebbe farsi nel momento in cui legge una notizia sul web o guarda un video in rete. Non si tratta solo di arginare il fenomeno delle fake news, con il suo potenziale distruttivo rispetto al funzionamento della nostra democrazia. Si tratta di essere in grado di filtrare ogni messaggio con senso critico, smontandone le componenti per valutarne adeguatamente il contenuto. La scuola, che ha perso nei decenni scorsi l’occasione di educare alla lettura dei mezzi televisivi e della pubblicità, dovrà farlo con i mezzi digitali, che sono infinitamente più pervasivi. Bisogna avviare fin da piccoli un percorso che guidi i bambini ad orientarsi nella selva della rete e dei media, riconoscendone i pericoli e sfruttandone tutte le opportunità creative e di socializzazione. A guidarli ci vorranno degli adulti – genitori e insegnanti – che sono pratici del panorama e sanno orientarsi, non perché conoscono l’ultimo YouTuber di moda, ma perché sanno come funziona YouTube. Siamo pronti?