di Elisa Salamini

Ogni giorno, come molti altri genitori di bambini e adolescenti, sperimento sentimenti contrastanti riguardo ai comportamenti dei miei figli in relazione all’utilizzo di cellulari, tablet, console di videogioco e computer. Se da un lato vedo l’onda digitale che avanza inesorabile verso di noi, dall’altro dubito di essere in grado di cavalcarla e di insegnare ai miei figli come diventare provetti surfisti. Figli di una generazione ancora all’oscuro del digitale, noi nati negli anni Settanta e Ottanta ci ritroviamo oggi a fronteggiare con i nostri ragazzi sfide educative inedite, e lo facciamo sguarniti di esempi e modelli di comportamento a cui far riferimento per affrontare le complessità del mondo connesso. Del resto, è la velocità stessa della ‘rivoluzione’ in corso a imporre una continua ridefinizione dei percorsi. Tuttavia, istintivamente, continuiamo a guardarci alle spalle e a cercare la preziosa esperienza di chi ci ha preceduto.

Non è quindi un caso che, per tentare di capire i nuovi strumenti di comunicazione, ci si rifaccia anche a studi che nel secolo scorso indagavano i media tradizionali, come radio, televisione e cinema, per valutare gli effetti che avevano sulle persone. In particolare, nel 1964, Umberto Eco scrisse il saggio ‘Apocalittici e integrati’, per descrivere gli atteggiamenti contrapposti che le persone hanno nei confronti della tv, partendo dalla premessa che ogni innovazione nel mondo della comunicazione, dalla nascita della scrittura 5000 anni fa alla diffusione del genere del romanzo nell’Ottocento, ha sempre sollevato entusiasmi ma anche forti resistenze. Con i dovuti aggiustamenti, le definizioni di Eco possono venire in nostro aiuto oggi per sondare l’atteggiamento dei genitori nei confronti della tecnologia.

  • Gli apocalittici
    Di fronte all’avanzare delle nuove tecnologie alcuni genitori rispondono con un atteggiamento fortemente restrittivo. Spesso negano o limitano con vigore l’utilizzo di Smartphone, videogiochi e computer nella propria famiglia, senza considerare le eventuali opportunità che questi strumenti offrono alle persone. Il più delle volte questo atteggiamento nasce dal timore che altre attività educative vengano trascurate oppure come reazione a un problema intercorso con la tecnologia, e la soluzione viene individuata nel negare l’accesso ad essa. Più raramente, la restrizione nasce da una riflessione sugli effetti negativi che il digitale può avere sui comportamenti e la psiche dei propri figli, sui condizionamenti sociali che può portare.
  • Gli integrati
    I genitori integrati accolgono invece con entusiasmo e scarso spirito critico le nuove tecnologie. Consentono ai propri figli di farne uso senza troppe limitazioni, sono fiduciosi e non si pongono eccessive domande sui rischi che il mondo connesso può presentare. Vedono nei nuovi strumenti di comunicazione una facilitazione alla vita familiare e talvolta pensano che tenere lontani i figli dalla tecnologia possa precludere loro un futuro professionale brillante, convinti della inevitabile pervasività del digitale in ogni aspetto della vita e della società.
  • I consapevoli
    Una via di mezzo tra questi atteggiamenti è rappresentata dai cosiddetti genitori consapevoli, coloro che si sforzano di valutare con i propri figli rischi e opportunità degli strumenti digitali. Genitori che quando concedono uno Smartphone o una console si premurano anche di parlare dei pericoli, di concordare delle regole di utilizzo e di indicare un uso alternativo e creativo di questi strumenti. Cercano con favore il confronto con altri genitori, nella convinzione di essere alle prese con una novità assoluta in termini tecnologici e culturali.

Il funambolismo dei genitori moderni
Questi i tre atteggiamenti che generalmente vengono riscontrati e descritti negli adulti che sono alle prese con l’educazione digitale dei figli. La realtà con cui faccio i conti mi insegna però che come genitori raramente ne abbracciamo uno definitivamente, piuttosto tendiamo ad oscillare dall’uno all’altro, alla ricerca di un equilibrio. Come funamboli testiamo ogni volta l’appoggio del passo successivo, per non scivolare ed evitare la caduta sorda; fuori di metafora, ponderiamo le scelte a seconda della situazione che ci troviamo di fronte, delle esperienze precedenti, del nostro livello di resilienza e resistenza, dello stile genitoriale che adottiamo per altri ambiti della vita.
Il gruppo Whatsapp della classe prima dei 14 anni? Forse lo potrei concedere, è uno strumento con cui comunicano con i pari, ma se ci tengo che le regole vengano rispettate mi fermo e rifletto. Il tempo trascorso davanti a Fortnite? Durante il lockdown era un momento in cui molti ragazzini socializzavano virtualmente. Oggi però mi sembra opportuno limitarlo: meglio che escano a vedere di persona gli amici, fino a che è possibile. I lip-sync di TikTok? Li trovo demenziali e vuoti, ma provo a capire cosa rappresentano per i miei figli e perché desiderano guardarli con assiduità.
Insomma, non esistono soluzioni preconfezionate, a ciascuno la ricerca delle risposte migliori.