di Roberta Franceschetti

Il digitale è una grande risorsa per la scuola. Ce ne siamo accorti tutti durante i lunghi mesi di lockdown, quando la DAD è stata la ciambella di salvataggio che ha consentito al mondo dell’istruzione di andare avanti in un momento di emergenza. Guai però a pensare che il digitale sia sinonimo di didattica a distanza: l’uso della tecnologia a scuola offre possibilità eccezionali e non può essere ridotto alla DAD.

Il digitale permette di condividere facilmente materiali e dà accesso immediato ad una quantità di fonti e di contenuti che nemmeno la più fornita delle biblioteche può raccogliere.
Quando ero adolescente, se volevo ascoltare un disco di Bob Dylan, dovevo uscire di casa e andare in un negozio di musica, acquistare un LP, tornare a casa e metterlo sul piatto del giradischi. Oggi, con due click mio figlio può accedere all’intera discografia del menestrello del rock (sempre che ne abbia voglia, cosa di cui dubito). Con la stessa facilità può scoprire le sonorità dei gruppi underground hip hop degli anni Novanta, gli epigoni del canto gregoriano o la spiritualità della musica degli indiani d’America. La degenerazione delle conversazioni sui social media, il diffondersi delle fake news e dell’hate speech talvolta ci fanno dimenticare la meravigliosa promessa delle origini di Internet: quella di essere una sconfinata biblioteca universale. Il digitale favorisce inoltre la collaborazione e il lavoro di gruppo, sia in classe che a casa: permette di scambiarsi informazioni, di trovare insieme soluzioni creative a un problema, di organizzarsi per raggiungere un obiettivo comune.

Fantastico, no? Purché tutto questo non rimanga solo sulla carta. Non basta introdurre Google Classroom per sviluppare dinamiche collaborative. Non è sufficiente l’uso del tablet a scuola per stimolare la partecipazione e la creatività. E non si può parlare di multimedialità solo perché si adotta la LIM in aula.

Per anni la scuola italiana è stata mossa dalla convinzione che fosse sufficiente riempire le aule di tecnologie per migliorare l’apprendimento. Spesso si è immaginato che il digitale fosse la panacea per risolvere tutti i mali dell’istruzione, indipendentemente dalla formazione dei docenti. Si è dimenticato di mettere gli insegnanti nella condizione di utilizzare al meglio quegli strumenti e di sviluppare una nuova didattica, realmente capace di far crescere la conoscenza. Purtroppo, le ammirevoli sperimentazioni di molti docenti spesso non sono diventate prassi operative condivise.

Ma l’equazione DAD – digitale non funziona anche per un altro motivo: sono convinta che protagonista del processo di apprendimento sia sempre la relazione tra docente e alunno, anche quando si utilizzano strumenti tecnologici. Durante il lockdown quello che è mancato di più a mio figlio adolescente sono stati i suoi compagni, è stata la scuola come comunità, attraverso quella che Daniela Lucangeli, docente di Psicologia all’Università di Padova, chiama ‘didattica di vicinanza’. Non possiamo coltivare il sapere da soli, davanti ad uno schermo, perché impariamo quando siamo coinvolti emotivamente, oltre che razionalmente. Ma le emozioni fanno fatica a bucare lo schermo. Per questo durante la pandemia hanno funzionato quelle esperienze in cui la scuola è riuscita a mantenere vivo il rapporto, il legame tra gli alunni e gli insegnanti.
Juan Carlos De Martin, professore di Informatica del Politecnico di Torino, sintetizza bene questo aspetto: “benché spesso annunciata, la rivoluzione educativa per via tecnologica non si è mai materializzata. Che cosa lo ha impedito? Perché le classi di oggi sono, nella loro essenza, simili a quella di un secolo fa? Cosa ha bloccato, – ripetutamente e in tutto il mondo – lo sforzo di generazioni di ‘creatori distruttivi’ armati di tecnologia? […] A ostacolare sul serio la rivoluzione non è stata né la resistenza corporativa degli insegnanti, né il conservatorismo di molti genitori, né l’incapacità dei Ministri di capire il nuovo che avanza. Più banalmente finora ogni nuova tecnologia si è dimostrata complessivamente inadatta a rimpiazzare il rapporto docente-studenti. […]”. Per migliorare l’apprendimento serve innanzitutto un metodo, insegnanti di qualità e buoni contenuti, a cui aggiungere quella risorsa fondamentale rappresentata oggi dal digitale.