di Alberto Rossetti, psicoterapeuta

Mi capita spesso di ascoltare genitori preoccupati per il tempo che il figlio trascorre a giocare ai videogame: “Nostro figlio passa troppo tempo di fronte ai videogiochi e non riusciamo a fargli fare altro. Sembra che sia l’unica cosa che gli interessa”. Si chiedono se quelle ore che il ragazzo passa di fronte allo schermo gli facciano male, se lo renderanno dipendente, se avrà ancora voglia di uscire con gli amici o preferirà il gioco digitale. Preoccupazione che aumenta in questo periodo di pandemia e di restrizioni, in cui il tempo che i ragazzi passano di fronte a uno schermo, quindi anche ai videogame, è aumentato. In cui la relazione in carne e ossa, all’aperto, è limitata e bisogna necessariamente trascorre più tempo all’interno delle proprie abitazioni.  

Videogiochi, “nemici” dei genitori
Queste preoccupazioni nascono dal timore di avere pochi strumenti educativi per far fronte a questi giochi che tanto piacciono alle nuove generazioni. I genitori non solo conoscono poco i videogame, alcuni magari non ci hanno mai giocato, ma hanno anche la sensazione che il richiamo del gioco sia fortissimo e che sia difficile, certe volte quasi impossibile, regolamentarlo. Se a tutto questo aggiungiamo la confusione che media e vari esperti fanno quando parlano dei videogame, la preoccupazione è del tutto giustificata. Il risultato è che i genitori vivono i videogame come dei nemici da combattere, veri e propri “spacciatori” di cui aver paura, e innescano delle vere e proprie battaglie che nulla hanno di educativo e che alla lunga logorano la relazione genitori-figli. 

Come approcciarsi ai videogame in un modo nuovo?
Intanto dobbiamo ricordarci che i videogame non sono un prodotto moderno. I primi videogame risalgono infatti agli anni ’60 del secolo scorso. Erano giochi molto semplici, con una qualità grafica e una giocabilità evidentemente molto diversa dai videogame con cui ci si intrattiene oggi. Restituire una temporalità ai videogame, però, è importante per lasciare cadere quell’ansia che si accompagna a ogni “novità” e che fa aumentare la paura nei confronti di ciò che non si conosce. Sapere che tanti ragazzi hanno giocato ai videogame e sono cresciuti senza sviluppare chissà quale deficit può in fondo rassicurare e aiutare a guardare questo mondo con maggiore serenità.

Fatta questa necessaria premessa, possiamo adesso andare a individuare i motivi che sottendono a questa paura. Personalmente ne ho individuati quattro.

    • L’effetto “flusso”
      Il primo è legato al coinvolgimento che i ragazzi e le ragazze mostrano di avere nei confronti del videogame. Mentre giocano sembrano dimenticarsi dello spazio attorno a loro e anche del tempo che, inesorabile, scorre. Quando ad esempio dicono “ancora 5 minuti e spengo” è facile che quel tempo si trasformi in trenta minuti, un’ora o anche di più, senza che il ragazzo se ne sia reso conto. Come è possibile tutto questo? Gli psicologi lo chiamano flusso ed è una condizione mentale in cui si è totalmente assorbiti da un’attività e sembra che il tempo voli. Le attività che sono in grado di creare questa condizione, tra cui inseriamo chiaramente i videogame, sono quelle in cui si viene a creare un equilibrio tra le capacità della persona e le sfide del compito. In più, queste attività, hanno obiettivi chiari, riscontri immediati e trasmettono un forte senso del controllo su ciò che accade. Nei videogiochi l’impegno e la determinazione consentono di superare i livelli e vincere le sfide proposte. Mano a mano che le competenze crescono aumentano anche le difficoltà del gioco, che però non superano mai, o quasi, le competenze del giocatore. Anche quando si perde si ha quindi l’impressione di avere compreso come fare per vincere.Ecco l’effetto flusso in cui i ragazzi e le ragazze, ma non solo, si trovano quando giocano. Non è niente di strano o di patologico, dunque, ma la normale reazione a un’attività che li prende molto e in cui si sentono gratificati dalla riuscita.
      Può quindi essere un’esperienza positiva, soprattutto per quei ragazzi che in altri ambiti della vita fanno un po’ più fatica a emergere.
    • Coinvolgimento, non dipendenza
      Il secondo motivo della paura è strettamente legato al primo. Si teme che il ragazzo possa diventare dipendente dai videogame, che possa scordarsi dell’ambiente circostante, smettere di uscire di casa e avere relazioni in carne e ossa. La dipendenza dai videogame è un tema fortemente dibattuto nella comunità scientifica e non è possibile trattarla in poche righe (ne parleremo però in un articolo specifico). Senza dubbio questa paura, come la prima del resto, ha i suoi fondamenti ed è bene non sottovalutarla. Troppo spesso però ci troviamo a confondere il coinvolgimento del ragazzo in un videogioco con la dipendenza, che invece ha delle caratteristiche precise che vanno ben al di là del videogame. Detto in altri termini, prima di pensare che il proprio figlio sia dipendete dai videogiochi è bene sforzarsi di allargare lo sguardo alla vita del ragazzo o della ragazza nel suo insieme. Etichettarlo come “dipendente” o, peggio, “drogato” perché passa tanto tempo a giocare non solo non è di alcun aiuto ma rischia di patologizzare un comportamento.
    • La violenza nei videogiochi
      Il terzo motivo è legato alla paura che la violenza nei videogame possa fare emergere nel ragazzo comportamenti violenti. I dati delle varie ricerche che hanno trattato questo tema portano a conclusioni piuttosto differenti. In questo ambito di ricerca, purtroppo, il pregiudizio del ricercatore ha spesso degli effetti evidenti sulle modalità, e quindi sui risultati, della ricerca. Ad oggi nessuno studio ha però dimostrato alcun legame specifico tra contenuto e comportamento violento. Ma al di là di questi risultati, resta il fatto che un genitore potrebbe non gradire nel vedere il proprio figlio che spara di fronte a uno schermo, a maggior ragione se si tratta di un bambino piccolo. È bene ricordarci, allora, che esistono numerosi videogame e che quelli con un contenuto violento ne rappresentano solo una parte.
    • Regole e negoziazione
      Il quarto motivo è la difficoltà nel regolamentare l’uso dei videogiochi. Anche in questo caso, la sensazione dell’adulto è che sia molto difficile, certe volte quasi impossibile, far rispettare le regole sull’utilizzo dei giochi ai figli. Il videogame sembra avere un potere attrattivo talmente forte da impedire, o comunque rendere molto dispendioso, la negoziazione delle regole e lo sviluppo di una capacità ad autoregolarsi. D’altronde il videogame è un gioco serio, vero, coinvolgente. Normale che un ragazzo abbia il piacere di giocarci, superare i livelli, arrivare alla fine, provare a vincere. Conoscere maggiormente i giochi può allora aiutarci a comprendere i tempi differenti di un videogame. Inutile dare la possibilità a un ragazzo di giocare 15 minuti se sappiamo che quel gioco entra nel vivo in un tempo maggiore. È un po’ come accendere un film della durata di 2 ore e doverlo spegnere dopo 15 minuti perché il tempo a disposizione è esaurito. Normale che ci si possa innervosire.La paura più grande, lo si sarà intuito, risiede a mio avviso nella scarsa conoscenza che il mondo adulto ha di questi giochi e degli ambienti che si creano a partire da essi. Il mondo dei videogame è variegato e le motivazioni che possono spingere un ragazzo o una ragazza a giocare sono vari. C’è chi cerca  la sfida, chi la competizione, chi un momento di distrazione.
      Poi c’è chi vuole vivere un momento eccitante, chi ha fame di avventure e chi, infine, ricerca delle interazioni sociali.È bene non dimenticarci mai del ruolo attivo che il giocatore, il figlio, ha di fronte a quello schermo. Le paure che ho messo in evidenza possono quindi essere affrontate da una parte cercando di conoscere maggiormente quei videogiochi a cui il figlio o la figlia ha piacere di giocare, dall’altro spostando la nostra attenzione dal videogioco al ragazzo, al periodo di vita che sta attraversando, a cosa sta cercando in quello specifico videogioco.