di Elisa Salamini

 

Mi ha hittato! Mi fermo un attimo e mi shildo!

Occhio che ti sta pushando!

Ce n’è un altro dietro di te! Sei morto!

Va beh, devo andare!

A fare i compiti!

Fortunato te!

Questo più o meno le parole che sento pronunciare da mio figlio di 13 anni quando videogioca online con gli amici a Fortnite, munito di cuffie e microfono davanti alla televisione in salotto. Da un’altra camera sento invece arrivare le voci di mia figlia e delle sue amiche che si parlano in videochiamata su Whatsapp. Hanno 10 anni, ridono, si mostrano giochi e si muovono negli spazi delle rispettive camerette.

Chiusi in casa, più tempo sugli schermi

Da quando siamo chiusi in casa per l’emergenza Coronavirus abbiamo concordato con tutti e due un nuovo slot di tempo schermo dopo pranzo, per compensare le fatiche scolastiche della mattinata quando sono occupati con lezioni online e compiti.

Immagino di non essere la sola che in questa situazione ha allargato la manica e concesso ai figli più tempo in compagnia di Fortine, Whatsapp, Youtube e TikTok. Se è infatti vero che noi come genitori ci sforziamo di offrire ai figli contenuti multimediali di qualità con cui intrattenersi e – perché no? – imparare, loro tornano volentieri a quelle piattaforme per svagarsi e stare in contatto con gli amici (magari anche per dirsi che ancora non hanno finito i compiti).

Le relazioni virtuali valgono meno di quelle reali?

Distratti dal turbinio degli impegni professionali e sociali, negli anni della “colonizzazione” digitale abbiamo rilevato e guardato con preoccupazione il tempo crescente che i bambini trascorrevano davanti ai nuovi schermi. Nel migliore dei casi ci siamo chiesti quali fossero i rischi e le opportunità educative, abbiamo stabilito regole, impostato sistemi di parental control, scaricato contenuti idonei alle loro età e magari combattuto per ritardare di un anno l’acquisto del primo telefonino… ma forse qualcosa di importante ci è sfuggito. Qualcosa che nello scorrere lento di queste giornate a stretto contatto familiare possiamo vedere con maggiore evidenza.

Un concerto di avatar

Per esempio, il 2 febbraio 2019 il famoso cantante mascherato Marshmello (quello che va in giro con una sorta di scatola bianca sul volto cantando “I want you to be happier…” per intenderci) ha tenuto un concerto in diretta da Pleasant Park, ovvero dentro il videogioco Fortnite. Erano in circa 10,7 milioni a seguirlo (o meglio, a seguire il suo avatar) e tra i “presenti” c’era anche mio figlio. Era come vedere un concerto in televisione? No, mi ha spiegato il tredicenne, perché lui si è sentito coinvolto e ha fatto realmente parte di quell’evento. Così come per mia figlia, la videochiamata in cui incontra le amiche avviene sì in uno spazio virtuale, ma la relazione che in quello spazio vive è reale e autentica.

La socialità virtuale che rassicura

Due anni fa il docente americano di filosofia Jordan Shapiro ha pubblicato il manuale “The new childhood” (edito in Italia con il titolo “Il metodo per crescere i bambini in un mondo digitale”), in cui in modo un po’ brutale scrive: “I ragazzi sono incollati al telefono perché i social media rappresentano il loro spazio transizionale, il luogo in cui si esercitano a usare il loro avatar adolescente. È perfetto per il mondo connesso perché la cultura passa dagli strumenti del momento. Purtroppo gli adulti sono così devoti alle vecchie idee sull’adolescenza che si oppongono ai nuovi spazi transizionali”.

In questi giorni di ritiro forzato sto osservando i miei figli e talvolta l’impressione è che soffrano la limitazione di contatto sociale un po’ meno di noi adulti. Mi chiedo se ciò avviene perché gli spazi virtuali che frequentano attraverso le piattaforme connesse sono per loro già da tempo luoghi reali di relazione. Luoghi “coronavirusfree” dove l’epidemia non ha cambiato la quotidianità virtuale, in cui essere ancora  liberi di incontrare gli amici per parlare, scherzare e giocare, in continuità con la vita di prima e sentendosi al sicuro.