di Paolo Paglianti

Ho iniziato a videogiocare nel 1985: c’era ancora il Muro di Berlino, il Pentapartito e, soprattutto, non c’erano Internet, YouTube e TikTok. Non so chi tra voi sia “âgé” come me, ma era proprio un altro mondo. I pochi, pochissimi videogiocatori erano guardati con ancora più sospetto dei fanatici di heavy metal o dei punk, e la nostra passione era più incomprensibile dei fumetti o del cinema: ogni volta che ci penso, ringrazio mentalmente i miei genitori (classe ’45 e ’46) che non mi hanno messo il bastone tra le ruote e non solo mi hanno permesso di giocare, ma anche di iniziare a scrivere per le prime riviste di videogame a fine anni ’80.

Da allora non ho mai smesso: certo, sono cambiati i videogame e sono cambiato io, ma la passione è rimasta e l’ho condivisa con le mie due figlie – oggi hanno 16 e 12 anni. Prima regola, niente imposizioni – ho visto troppe famiglie dove l’hobby dei genitori, fosse il canto, la danza o la ginnastica acrobatica, è stato inculcato a forza nei figli creando varie sfumature di astio e odio. Quando avevano sei o sette anni, ho iniziato a giocare con loro: platform semplici, nessuna violenza, qualche piccolo e stuzzicante enigma. Ricordo che abbiamo completato assieme (io due volte, con entrambe le #figliepaglianti) Never Alone, un videogame sviluppato con il supporto del governo eschimese in cui i due giocatori controllano una ragazzina in fuga da un “mostro” e la volpe che la guida e accompagna.

Abbiamo giocato a Scribblenauts, un videogame in cui per risolvere gli “enigmi” devi scrivere il nome degli oggetti che ti servono: digiti “scala” e appare – appunto – una scala che ti permette di arrivare alla stella sopra il comignolo. Ottimo per imparare come si scrivono delle parole nuove. Grande successo anche per il Prof Layton e i suoi magnifici rompicapo, che ora è disponibile anche su dispositivi mobile e a un prezzo davvero accessibile. Da allora abbiamo giocato un po’ a tutto: prediligo i giochi “coop” (che si giocano in due, e si è “alleati” del compagno di gioco, non avversari). Ogni tanto ci facciamo una partita serale anche a Among Us, per esempio. Naturalmente, negli anni le due #figliepaglianti hanno sviluppato un gusto personale per i giochi, e quindi le ho assecondate.

Come in tutte le cose, poi, bisogna saper un po’ ascoltare. Quando la figlia minore mi ha detto che giocava a Fortnite confesso di aver storto un po’ il naso. Abbiamo dozzine di giochi profondi, di avventure che aspettano solo di essere giocate da soli o in compagnia, di piccoli capolavori che rivaleggiano con le produzioni hollywoodiane, e mi si propone un gioco che è – in fondo in fondo – sempre uguale a sé stesso? Eppure, vedendola giocare con gli amici, ho capito quanto fosse divertente per lei trascorrere il tempo connessa con i suoi compagni, dandonsi appuntamento nel tardo pomeriggio, dopo i compiti, per giocare nei team di tre, contro tutti gli altri. Non molto diverso, in fin dei conti, quando a metà degli anni ’90 mi caricavo l’enorme PC desktop e l’ancora più ingombrante monitor catodico in auto, raggiungevo il mio amico appassionato di sparatutto e giocavamo per ore a Descent II, Doom, Quake o altri titoli multiplayer con una rete locale fatta in casa. Quando c’è stato l’ultimo “evento” di Fortnite, con la creazione della nuova Season, l’abbiamo guardata in diretta tutti insieme, poco dopo cena.

Naturalmente, lo dico per chi non mastica di videogame, non c’è solo Fortnite. Esistono anche molte avventure grafiche piene di ironia e dove bisogna usare la materia grigia, oppure platform o giochi di racing per sfidarsi a sportellate virtuali. Simulatori di città che, al livello minimo di difficoltà, possono essere giocati comodamente da qualsiasi ragazzino sopra i 10 anni. Il consiglio che mi sento di dare a tutti i genitori è di provare a sedersi con i loro figli davanti alla console, e vedere a cosa giocano.

Magari vi piacerà e vi divertirete pure voi!