di Federico Tonioni

Quando riflettiamo sul cyberbullismo dobbiamo pensare a un fenomeno complesso. Evitiamo perciò la tentazione di separare bambini e adolescenti in buoni e cattivi.

Cominciamo con una premessa importante, purtroppo spesso sottovalutata.

Nessun bambino nasce bullo o vittima, ma tutti vengono al mondo con una spiccata energia vitale che possiamo chiamare sana aggressività. In origine l’aggressività è un istinto innato, connesso al movimento, al bisogno di esplorare l’ambiente e alla tendenza a fare tutte le esperienze possibili. L’aggressività è di per sé il motore dell’esperienza ed è la spinta irrefrenabile che porta un bambino a camminare e un adolescente a uscire di casa.

È un dato che noi psicoterapeuti raccomandiamo di tenere presente. Nonostante le nostre raccomandazioni, l’aggressività “sana” viene confusa con manifestazioni emotive simili, ma che in un certo senso ne configurano il fallimento, quali la rabbia, la violenza e la distruttività.

Il fatto è che l’aggressività è un impulso che deve essere indirizzato da coloro che si prendono cura dei bambini. Gli adulti devono contenerlo quando si manifesta eccessivamente, senza impedirne il naturale decorso. Questa spinta naturale deve essere rispecchiata emotivamente da un adulto realmente presente, ovvero che condivide attivamente le emozioni che l’esperienza suscita. In questo modo le esperienze diventano evolutive e non traumatiche.

Se, invece, l’aggressività viene esaltata o trattenuta dagli adulti di riferimento, ciò può indurre i bambini a sentirsi precocemente bulli o vittime senza che ne siano consapevoli.

Infatti, ogni bambino arriva alle soglie dell’adolescenza con i propri strumenti e la propria tendenza a trattenere o esaltare l’aggressività.

Per questo, una vittima si sente tale prima ancora di incontrare un bullo e viceversa.

Bullismo e cyberbullismo non possono essere riferiti solo a un eccesso di aggressività, ma soprattutto alla predisposizione inconscia a vivere un’esperienza persecutoria (cioè sistematicamente ripetuta nel tempo), strettamente legata alla visibilità (cioè alla presenza di un “pubblico”).

Ma visibilità e vergogna sono facce diverse della stessa medaglia. Per le vittime, l’effetto persecutorio è determinato dal ricordo indelebile dell’umiliazione, incancellabile dalla memoria di chi la subisce, soprattutto perché correlata alla memoria di chi ha assistito.

La vergogna è un sentimento che rimanda a qualcosa di irreparabile. Da un’esperienza di vergogna non si può tornare indietro, anzi, in certi casi, la rievocazione dell’accaduto può provocare lo stesso dolore provato quando lo si è vissuto. Il ricordo rimane intollerabile.

Tutti nella vita ci siamo sentiti almeno una volta derisi, esclusi o perseguitati.

Ma la differenza sta nella capacità di reagire apprendendo dall’esperienza o di soccombere all’esperienza stessa. Quindi, il mio consiglio per i genitori si riassume in alcuni comportamenti importanti per prevenire i danni da bullismo e cyberbullismo.

Il primo, come detto in premessa, è di non drammatizzare un singolo gesto di aggressività subita da vostro figlio o vostra figlia. Ricordate che tra bambini episodi di aggressività sono inevitabili e che imparare a gestire i conflitti serve alla crescita.

Detto questo, fate invece attenzione, molta attenzione, se vostro figlio o vostra figlia vi danno la sensazione di star vivendo un’esperienza persecutoria. Rispetto allo stesso evento stressante esistono bambini che reagiscono, altri che imparano a evitare, altri che restano in silenzio.

Preoccupatevi se percepite il disagio, ma vostro figlio o vostra figlia non ne parlano.

La causa non è l’aggressività subita ma la sensazione di solitudine determinata dalla vergogna di fronte a chi ha assistito, in presenza o in Internet. In questo caso è opportuno intervenire e chiedere aiuto agli esperti.