di Maria Cecilia Averame

Lo ammetto, sono sempre stata una mamma “Art Attack”: mi piace fare, costruire, realizzare progetti con i miei figli, e questo mi ha aiutato a sopperire il fatto di non avere al contrario alcuna voglia di giocare con le bambole (ma se vuoi costruisco la casetta per le bambole!), parcheggiare macchinine (però possiamo fare un garage sopraelevato!), giocare a scacchi (immagina quanto ci divertiamo a realizzare una scacchiera assieme!).

Se uniamo a questo lato del carattere la mia professione di docente ed educatrice, ogni attività si presta a diventare educativa e pedagogica. Già da piccoli i miei figli mi chiedevano, quando proponevo loro un nuovo gioco “Per piacere, possiamo fare un gioco per giocare e non per imparare?”, o più perentoriamente “Mamma, basta giochi didattici!”.
Ne ho sempre riso e cercato di limitarmi, pensando fosse solo necessario trovare una mediazione fra il loro modello di gioco e il mio, più costruttivo. C’è voluta una pandemia per farmi comprendere dove sbagliassi, e quanto sia importante il gioco fine a se stesso.

In questo periodo, per tutte le età, il gioco ha acquistato una valenza sociale che prima mi era più difficile da riconoscere, soprattutto rispetto ai giochi online: non si gioca solo per imparare o passare il tempo, ma per mantenere relazioni, scherzare con gli amici, raggiungere obiettivi assieme o sfidarsi in battaglia. Si cresce giocando: non è (solo) l’attività in sé a stimolare la creatività e la mente, ma confrontarsi con altri.

Ad esempio Fortnite e League of legends sono tipici giochi MOBA (Multiplayer Online Battle Arena, Multi-giocatori online in un campo di battaglia), per ragazzi dai 12 anni in su, che spesso portano ansie e timori nei genitori: con chi passano il tempo online? Entreranno a contatto con sconosciuti? Giocando in rete con i loro amici non rischiano di perdere il contatto con la realtà? Timori legittimi, ma in questi giorni i MOBA si sono al contrario rivelati utili proprio per mantenere il contatto con amici noti, con i quali si vedevano quotidianamente e con cui adesso possono incontrarsi online. Monitorare il tempo di permanenza sul videogioco da parte del genitore è importante, ma tenere conto che li usano anche per tenere un contatto con il proprio, “vecchio” mondo. Mi ha fatto impressione sentire uno dei miei figli, generalmente molto silenzioso e taciturno, ridere, parlare e scherzare mentre chattava in live durante un combattimento online con i suoi compagni di classe.

E per giocare in famiglia, magari anche con i cugini, zii e genitori? Due piattaforme in particolare interessanti per la possibilità di giocare anche a giochi “tradizionali” come Risiko e Monopoli coinvolgendo adulti e ragazzi (e anche bambini, visto che il gruppo consente di seguirli direttamente) sono House Party e Board Arena. Soprattutto il primo definito “face-to-face social network”, il social network per giocare faccia a faccia, permette di vedere un “tabellone condiviso”, e contemporaneamente le facce di tutti i giocatori.
Una bella sfida “intergenerazionale”, che permette di coinvolgere anche bambini dai 6/7 anni, si può fare con la versione digitale di Pictionary (disponibile anche su Letsdraw, e Drawize, in versione più maneggevole per bambini più piccoli) (fondamentale avere un mouse, altrimenti disegnare con trackpad rende tutto più complicato): divisi a squadre, una persona comincia a disegnare su un foglio bianco e gli altri devono indovinare, come nella versione tradizionale.
Su Board Game Arena è disponibile anche una versione digitale del gioco dei mimi che quindi permette di utilizzare tutto il corpo per comunicare, ma è solo in inglese.

Se, come me, non riuscite a rinunciare alle cose con un sottofondo “educativo”, per ragazzini dai 7/8 anni in su si possono usare programmi di scrittura e creatività condivisa, scrivere un racconto a più mani con Google Doc, oppure Canva, programma per grafica e design in modalità collaborativa.
Una bella attività, realizzabile anche con bambini che stanno imparando le prime parole (dai 5 anni in su, ma anche prima con l’aiuto dei genitori) è creare fumetti con Pixton, un programma che ha anche una versione dedicata al mondo dell’apprendimento e della scuola, con funzioni variabili a seconda dell’esperienza d’uso. Personalmente, ho creato un account condiviso da più bambini, che potevano quindi scegliere personaggi, vestirli, cambiare colori di occhi e faccia, metterli in posa e infine scrivere le vignette o creare un vero e proprio fumetto. Per restare nella fascia prescolare, vi sono diverse piattaforme che propongono giochi online come Poki, Giochi bambini e giochi online per bambini, ma presentano proposte prevalentemente individuali, e naturalmente data l’età la presenza del genitore è sempre consigliata.

Un ultimo suggerimento: molti giochi che facevamo noi adulti da ragazzi (magari per passare il tempo durante le lezioni), possono diventare interessanti anche oggi, in via digitale: “nomi-cose-città” per esempio (qui una versione online, ma carta e penna possono bastare) o il gioco dell’impiccato o ancora una sana battaglia navale… Tenendo sempre presente che a volte non è importante che il gioco abbia una finalità educativa, ma è la stessa azione del giocare con altri ad essere educativa in sé.