Anagraficamente faccio parte della prima generazione di ‘genitori digitali’, quelli a cui nessuno ha potuto insegnare come gestire la pervasività degli schermi nella vita quotidiana dei propri figli. Infatti, se è vero che il mestiere di genitore si impara facendo, è anche vero che per molti aspetti noi papà e mamme nati negli anni Settanta abbiamo avuto dei solidi, per quanto talvolta ingombranti, modelli di riferimento. C’era sempre una madre, una zia, un parente lontano pronti a dirci, con granitica risolutezza, cosa dovessimo fare, nel momento dello svezzamento, dell’abbandono del pannolino, delle coliche o delle prime avventure in bici senza rotelle. Per il rapporto con il mondo digitale, questo non è successo. Non c’è nessuno, infatti, che possa affermare “ai miei tempi si faceva in questo modo”. La domanda allora che ognuno di noi come genitore si pone è: come posso promuovere la presenza e il benessere di mio/a figlio/a in un mondo digitale se io stesso fatico a comprenderlo o gestirlo?

Così, ci muoviamo come equilibristi, perennemente in bilico tra la necessità di regolamentare la vita dei nostri figli di fronte all’onnipresenza degli schermi e l’urgenza di offrirgli tutte le opportunità educative del digitale. Come sottolinea la psicologa inglese Sonia Livingstone, nel difficile compito di bilanciare rischi e occasioni di crescita, i genitori di oggi spesso vengono bombardati da messaggi contraddittori ed adottano 3 atteggiamenti differenti:

  • embrace: cercano le tecnologie digitali per sé o per i propri figli per facilitare la vita familiare o acquisire competenze professionali apprezzate o, per alcuni, identità e stili di vita “orientati al futuro”;
  • balance: incoraggiano alcune pratiche digitali e non altre, spesso ad hoc, soppesando opportunità e rischi salienti nel presente o nel futuro;
  • resist: articolano i loro sforzi nel tentativo, almeno in parte, di arginare l’incursione apparentemente inarrestabile della tecnologia digitale nella vita familiare.

Le varie “Agende” europee non fanno che sottolineare l’importanza fondamentale che rivestiranno gli skill digitali nel mondo del lavoro di domani. A questo proposito, l’Unione Europea ha pubblicato il DigComp, un framework delle competenze digitali che tutti i cittadini dovrebbero possedere. Non c’è da stupirsi quindi che le famiglie vadano alla ricerca di corsi di coding, tinkering e robotica e tendano a mettere nelle mani dei loro pargoli tablet e telefonini. Tuttavia, quando promuovono l’utilizzo degli smartphone, spesso vengono criticati e si sentono in colpa

Privi di certezze cristalline, si chiedono “Starò sbagliando?”. Per fortuna, esiste la rete sociale di altri genitori, come loro impegnati nel faticoso tentativo di trovare la strada giusta. “Ma tu quanto tempo gli fai usare il tablet? E quando gli hai dato il suo primo telefonino? Il tuo ha scaricato Instagram? Sta tutto il giorno attaccato alla Play, per cui ho deciso di farla sparire, ma ora mi chiedo se non sia controproducente”.

Questa del resto non è una fase di regole granitiche, ma una di ascolto e di faticosa costruzione di nuove regole sociali e di un nuovo modo di essere genitori, anche nell’universo digitale. È una fase in cui comprendere paure e dubbi e adottare atteggiamenti flessibili, nella difficile costruzione di linee pedagogiche condivise. Le regole dell’educazione digitale le stiamo costruendo tutti insieme ora, a beneficio delle future generazioni di madri e padri.