di Elisa Salamini

Sono molte le paure dei genitori quando pensano ai loro figli da soli in rete. I recenti fatti di cronaca, che vedono il suicidio di un bambino napoletano di 11 anni per cause ancora da chiarire, non contribuiscono a migliorare la situazione.
In particolare, in questo momento a spaventare sono fenomeni come quelli evocati dai media, da Jhonatan Galindo a Momo e Blue Whale, che coinvolgono i minori in sfide di coraggio e challenge pericolose, in catene che porterebbero fino all’autolesionismo e all’autodistruzione.

Come genitori c’è qualcosa che possiamo fare per non cadere nel panico e allo stesso tempo per attivare misure di prevenzione rispetto ai rischi reali che si manifestano in rete e che possono vedere come vittime i nostri figli?

Le leggende metropolitane sono sempre esistite
Credo che innanzitutto occorra evitare di diventare a nostra volta vittime delle fake news e delle informazioni non attendibili che circolano riguardo a questi fenomeni dai contorni difficilmente definibili. Le leggende metropolitane sono sempre esistite; una loro caratteristica è quella di circolare in modo incontrollato e di acquisire maggiore corpo e verosimiglianza mano a mano che passano di bocca in bocca. Gli antichi romani annoveravano tra le loro divinità anche la Fama, un mostro alato capace di spostarsi velocemente, dotato in gran quantità di occhi e orecchie e di infinite bocche per diffondere le voci su ciò che vedeva e sentiva. La Fama altro non rappresentava che le dicerie vere o false che nascono, si diffondono e raggiungono la credibilità amplificando e distorcendo i fatti. Il rischio che oggi i social network e i media abbiano lo stesso ruolo è altissimo. Occorre essere consapevoli delle dinamiche virali con cui funzionano i contenuti sui social, in particolare quelli più frequentati dai giovani (a questo proposito ho trovato molto utile questo post di Valigia Blu). Ed occorre anche essere sospettosi verso i titoli acchiappa click e verso gli articoli che rilanciano notizie sensazionalistiche e che rischiano di alimentare esse stesse fenomeni distorti, come la psicologa Viola Nicolucci spiega in questo post di Mamamò.

L’Uomo Nero
Piuttosto, è meglio interrogarci su quali siano le paure che danno linfa a queste voci e leggende, paure che sono autentiche sia nei più giovani che nei genitori. La figura del’Uomo Nero è sempre esistita nelle tradizioni popolari di tutto il mondo e incarna i mostri che abitano l’inconscio, ma anche quelli che abitano la vita vera. Figure oscure e dai volti indefinibili che temiamo possano entrare nelle nostre case, colpendo ciò che abbiamo di più caro con gesti folli, crudeli, perversi. I media quotidianamente ci dicono che esistono persone reali che vogliono e possono danneggiare adulti o persone deboli, come i bambini, persone che possono arrivare alle azioni più infide e che agiscono nella vita reale come attraverso la rete. E se da un lato, ancora una volta vale la pena ribadire che non possiamo lasciare che altri coltivino e manovrino le nostre paure, dall’altro è normale chiedersi come proteggere al meglio i nostri figli da pericoli che sappiamo esistere davvero.

La presenza e il dialogo
Psicologi e pedagogisti non fanno che ripeterlo: il dialogo è la miglior forma di prevenzione. Tenere le porte aperte al confronto con i figli, parlare non solo dei fenomeni pericolosi in cui potrebbero incappare in rete, ma di tutto quello che è la loro quotidianità, tentando di capire se ci sono difficoltà e disagi, dando appoggio e soprattutto mostrando di esserci. Oggi il digitale e la vita connessa delle nuove generazioni sono il campo su cui noi genitori ci mettiamo alla prova con più incertezze e fatiche. Per capire quanto il tema sia caldo e quanto divida non solo i genitori, ma anche studiosi ed esperti, basta vedere il dibattito che in questi giorni ha sollevato un post di Alberto Pellai su Facebook, in cui il noto medico e psicoterapeuta si chiede se sia opportuno dare un tablet personale alla figlia 12enne. Come genitori, in assenza di linee guida e certezze monolitiche, non possiamo che porci all’ascolto, sia del dibattito sociale sia, soprattutto, dei nostri ragazzi.

Quale controllo?
Ascolto e dialogo ci danno la prima forma di prevenzione e controllo, ma vale la pena ricordare che la stessa tecnologia ci mette a disposizione degli strumenti che aiutano a monitorare e limitare l’accesso ai device connessi dei nostri figli. Soprattutto se decidiamo di dare uno smartphone o un tablet personale a un bambino, possiamo ricorrere all’uso di sistemi di parental control, che consentono di definire gli orari di accesso (per esempio bloccando il telefono di notte), di limitare il download di app, la visione e l’ascolto di contenuti non idonei, di monitorare su quali piattaforme trascorre più tempo. È un tipo di controllo che non vuole essere invasivo, che si può modulare sull’età e sulle esigenze, capendo insieme i limiti e le aperture, aprendo una riflessione sullo strumento stesso e sul suo sano utilizzo. Un tipo di controllo che però non potrà che essere sostituito dal dialogo quando i ragazzi si affacciano all’adolescenza.

 

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